Pier Paolo Pasolini in Friuli e nelle Terre di Mezzo

«Il vespro mi riportava nel Friuli, tra le care foglie, e l’odore della polenta che indovinavo nelle tinte smorte e accecanti dei tronchi, dei muri, mi fece pensare a mia madre con tenerezza insostenibile».

Pier Paolo Pasolini, Un paese di temporali e di primule, Guanda Editore

Il Friuli, per Pier Paolo Pasolini, è “terra-madre”: non solo perchè Susanna Colussi, madre dell'autore, era originaria di Casarsa, piccolo comune della campagna friulana a metà strada tra Udine e Pordenone, ma anche perché questi luoghi e i loro abitanti, rimasti fedeli alle antiche tradizioni rurali, ai costumi di una cristianità popolare e a una parlata, il casarsese, che manteneva viva l'arcaicità del mondo contadino, diventeranno un essenziale punto di riferimento nel futuro magistero culturale pasoliniano. Casarsa fu, per il poeta, rifugio fin dai tempi dell'infanzia e dell'adolescenza, quando l’allora giovane studente universitario di Bologna ritornava nella casa materna per trascorrere le vacanze estive, vivendo, anche se per brevi periodi, quella rassicurante esperienza di focolare stabile che gli era stata a lungo negata dai continui trasferimenti cui la famiglia era costretta a causa del lavoro del padre Carlo Alberto, ufficiale ravennate. Durante le estati trascorse a Casarsa tra un calcio al pallone, le esplorazioni in bicicletta lungo le rogge e i discorsi in friulano con i contadini, il Pasolini adolescente rimane affascinato da questo mondo così agreste, quasi bucolico, e da una società rimasta per molti versi arcaica: è proprio questo il substrato biografico in cui si svilupperà la sua attività di scrittore e filologo della parlata casarsese, da lui definita «una lingua per poeti», la stessa lingua in cui, nel 1942, all'età di soli vent'anni, pubblicherà a proprie spese, presso la Libreria Antiquaria di Bologna, il volume Poesie a Casarsa, recensito subito con entusiasmo dal maggiore dei critici letterari italiani, Gianfranco Contini. L'opera, primo esempio a stampa di una parlata fino ad allora «sotterrata nei focolari, nei campi e negli stomaci», come ricorda il poeta, e risonante solo «per domandare da bere o di fare all’amore, cantare e lavorare», rappresenta il tentativo pasoliniano di valorizzare la lingua friulana in aperta opposizione a una società, quella del regime fascista, che osteggiava l’uso delle parlate proprie delle masse rurali, considerate da Mussolini “lingue barbare”.

 

Una svolta decisiva nella biografia pasoliniana è il trasferimento definitivo a Casarsa, datato 1943 quando, durante la prigionia in Africa del marito, Susanna Colussi decide di rifugiarsi nel paese natale con i due figli, Pier Paolo e Guidalberto, che morirà due anni dopo combattendo come partigiano nella malga friulana di Porzus. L’edificio a tre piani dal semplice profilo contadino e dagli interni borghesi, rifugio estivo del Pasolini bambino, diviene così la sua residenza principale, facendo da sfondo a momenti decisivi del suo apprendistato intellettuale: dal 1945 al 1947 le sue stanze ospiteranno infatti le riunioni dell’Academiuta di lenga furlana, circolo di giovani poeti e artisti fondato da Pasolini per valorizzare la lingua e la letteratura friulana, riannodandola alla grande tradizione ladina e romanza: dal vivace ambiente intellettuale costruito attorno alla figura pasoliniana esce, nell'aprile 1944, il primo Stroligut di ca da l’aga (“piccolo almanacco di qua dall’acqua”, con riferimento al fiume Tagliamento), una rivista scritta in casarsese che conteneva prose, versi e cronache poetiche di avvenimenti quotidiani, ma anche numerose altre attività culturali, tra cui l'esperienza degli spetaculùs, gli “spettacolini”, che denota una precoce attitudine dell'autore all’ideazione e organizzazione di semplici opere teatrali, piccole anticipazioni di quella che sarà la sua più matura attività di regista.
Gli anni vissuti a Casarsa segnarono anche l’inizio dell'impegno pubblico di Pasolini, nel ruolo di insegnante: nel 1944 infatti, al culmine della guerra, Pasolini e la madre, rifugiatisi all’interno di un vecchio granaio nella frazione di Versutta per sfuggire al pericolo dei bombardamenti alleati, improvvisarono tra fieno e attrezzi agricoli una scuola di fortuna per una ventina di bambini e ragazzi che, a causa dei pericoli, non potevano raggiungere gli istituti dei paesi vicini. L’esperienza didattica di Versutta si protrarrà per tutto il 1947 e sarà considerata da Pasolini come tra le più appassionanti vissute durante il periodo friulano, perché indirizzata ai figli dei contadini, rappresentanti di quella che Pasolini definì una «piccola comunità cristiana, giunta quasi miracolosamente dal Medioevo ai giorni nostri con verginità di lingua e inalterati valori evangelici di vita». Quello di Versutta fu un esperimento didattico destinato a lasciare un ricordo memorabile nei suoi allievi, visto l’interscambio continuo di esperienze culturali, di emozioni e di giudizi, che poneva quasi sullo stesso piano allievo e maestro. Ma i campi e le stradine del minuscolo borgo friulano, dove spesso il poeta si concedeva lunghe passeggiate o pedalate, furono teatro di altre “avventure” del giovane Pasolini: nel 1943 infatti fu lui, impegnato in quel periodo in alcuni esperimenti nella pittura a olio e nel disegno a china, a far raffiorare, sfregando su suggerimento dell’amico pittore Rico De Rocco alcune cipolle sui muri della chiesetta di Sant’Antonio Abate, parte dei trecenteschi affreschi di scuola giottesca nascosti sotto un intonaco apparentemente anonimo. Nel capoluogo invece, il Pasolini cultore d'arte si lasciò affascinare dalla storia della lapide conservata nella chiesa di Santa Croce, testimone di quel voto alla Madonna del 1529 che, ricordando lo scampato pericolo turco, gli ispirò il dramma teatrale “I Turcs tal Friul”, affresco senza tempo dell’anima e della società contadina, rappresentato per la prima volta postumo, nel 1976.

Se l'attività come insegnante, anche successiva agli anni dell'esperienza di Versutta, tributò a Pasolini la stima di molti suoi compaesani, l'impegno politico come segretario del locale partito comunista, unito alla sua risaputa e mai nascosta omosessualità, non piacquero ai casarsesi più conservatori: a destare i primi malumori furono alcuni manifesti di accesa rivendicazione politica affissi da Pasolini nel 1949 sui muri della loggia di San Giovanni, una frazione di Casarsa. «Noi poveri siamo come il bue, abbiamo una gran forza e ci portano con una cordicella al macello», si leggeva su questa specie di tazebao, scritti in friulano per essere compresi da tutti. La partecipazione di Pasolini al grande sciopero dei braccianti contro il rifiuto dei proprietari di concedere una più equa distribuzione delle terre (da cui nascerà, nel 1962, il romanzo di sapore verista Il sogno di una cosa) fu la goccia che fece traboccare il vaso: l'insofferenza nei confronti di Pasolini si trasformò in aperta ostilità e un incontro al buio con tre ragazzini, che il poeta avrebbe consumato durante la sagra di Ramuscello, un paese non lontano da Casarsa, arrivò per caso all'orecchio di un paesano moralista, diventando il pretesto per un’accusa formale di corruzione di minorenni e atti osceni in luogo pubblico. La sentenza di assoluzione nel processo intentato a suo carico, e l'appello che i genitori degli alunni della scuola media di Valvasone, dove Pasolini era insegnante amato e apprezzato, rivolsero al Provveditore agli Studi perchè non fosse allontanato dalla cattedra, arrivarono troppo tardi: Pasolini, travolto dallo scandalo, aveva già abbandonato per sempre Casarsa, nella notte del 28 gennaio 1950, per trasferirsi a Roma. Il rapporto del poeta con il Friuli si interrompe definitivamente, dal momento che Pasolini ritornerà nella sua terra di origine solo sporadicamente e per brevi visite. Il suo assassinio, avvenuto nel 1975, non gli consentirà di assistere alle conseguenze del disastroso terremoto del Friuli (1976), e del successivo processo di ricostruzione, che segnò l'avanzata di quella modernità così osteggiata dal poeta e il definitivo declino del mondo contadino friulano da lui amato e celebrato in tante poesie. Casarsa riannoda il legame con il poeta-intellettuale che l’ha resa celebre solo dopo la sua morte: ai funerali, celebrati nella chiesa di Santa Croce dall’amico David Maria Turoldo, sacerdote e poeta vicino, come lui, alla causa degli ultimi, furono in oltre diecimila ad accogliere le spoglie di Pasolini, che ora riposa nel cimitero cittadino accanto alla madre Susanna e al fratello Guidalberto.